Quando fai la chemio le zanzare non ti pungono

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(Il LIBRO VERRÀ SPEDITO DAL 20 MARZO)

Pagine: 248, brossura
Prezzo di copertina: 20.00 €
ISBN 978-88-947526-9-4

Categoria:

Descrizione

Prefazione di MARCO RIVA

Humanitas e University IRCSS Humanitas Research Hospital

«Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende».

Ogni volta che apro un libro, di qualsiasi natura esso sia, mi ritorna in mente questa citazione, che mi accompagna da quando mio padre me l’ha trasmessa con affetto e lungimiranza.  Queste parole hanno la forza dei classici: continuare a dirci qualcosa che è inesauribilmente nuovo, come è la creatività del genere umano. Sono parole di un autore siciliano come quelle che ci apprestiamo a leggere. L’indizio geografico è importante, perché la terra di nascita, di vita, della propria famiglia è una radice con cui ci confrontiamo con gradi variabili di consapevolezza, anche in un panorama di globalità come quello contemporaneo.  

Ebbene: cosa è letteratura? Quale la natura del libro che abbiamo tra le mani? Cosa possiamo apprendere, aprendoci alla lettura di queste pagine? 

Letteratura è parola, cristallizzata dalla scrittura dell’autore nella morfologia di caratteri e nella sintassi del pensiero. L’insieme delle parole che segue è un diario, ovvero pagine in cui la vita si fa parola e la parola vita, in uno movimento continuo e reciproco di riflessione. La ricchezza di questo movimento diventa ancora più limpida se ci si sofferma sul termine ebraico davàr, in cui coesistono i significati di parola, vita e avvenimento. Infatti, è l’accadere dei giorni che scandisce il susseguirsi della scrittura del nostro autore, più della indifferente sequenza dei numeri a piè pagina. 

In un contesto contemporaneo che ambisce alla pianificazione e al controllo di molti aspetti dell’esistenza, le deviazioni dalle traiettorie di sviluppo e gli imprevisti ci rinnovano la consapevolezza che «la vita non è una equazione a soluzione unica», talvolta con gioia potente, talaltra con triste violenza. La salute è uno dei domini in cui questo si realizza, sia quando viene intaccata, sia quando è ristabilita. Precedenti definizioni della salute, infatti, la descrivono come assenza di patologia; l’arrivo di una malattia ci fa accorgere della salute che davamo per scontata fino al momento prima del malore, qualunque esso sia. All’autore accade così: nel foglio bianco del suo libro compare una macchia, nera, proprio dove sta scrivendo. 

Per ascoltarsi, capirsi e anche per curarsi, Gianfranco agisce nel modo migliore che conosce: vive, continua a vivere, e a scrivere; cristallizza la sua posizione personale nel diario e progressivamente edifica un ormeggio nelle acque inattese in cui l’hanno condotto alcune ombre e luccichii avvertiti nel suo campo visivo. La malattia diventa così «un acceleratore di intelligenza» con cui continuare a scandagliare la vita. Anziché rimanere fisso sulla macchia nera, non smette di vedere il foglio bianco intorno al nero. Non solo cerca di coglierne il significato, né tenta di cancellarla, ma la inserisce in ciò che stava scrivendo. 

Il modo con cui trattiamo ciò che diciamo di amare, dice qualcosa di chi siamo: Gianfranco non scrive un nuovo libro, perché non vuole che la sua vita diventi un compensato di fibre di fogli; scrive un diario perché è un uomo fatto di carne e sangue. Con il suo essere immediato e aperto, ci fa viaggiare con lui in questa condizione delineando con chiarezza i punti cardinali della sua bussola esistenziale: la Sicilia e Siracusa, l’Imperatrice, i due angeli, i libri e le relazioni. Libero da una narrazione esausta di metafore belliche (guerra, battaglia, lotta, vincitori, vinti) e proclami inzuppati di retorica o superficialità, Gianfranco continua a scrivere diritto nelle righe inattese, che sembrano diventare storte, dei suoi giorni, evitando princìpi zoppi da dispensare. 

È innamorato del viaggio che è la propria vita e non lo abbandona. Continua a essere se stesso, senza tuttavia diventare copia sbiadita di sè. Prima di perdere l’orientamento o restare arenato nella sicurezza di una posizione raggiunta, apre la bussola che nella sua vita e nei propri libri ha costruito. Testimonia chi è Gianfranco, cosa fa per esserlo, in cosa crede e come se ne prende cura. Non si lascia contagiare dai processi patologici, ma li attraversa con la consapevolezza del tempo e della sua essenza, continuando a cercare risposta a una delle domande che la letteratura ci ha insegnato a porci: «quale bellezza salverà il mondo?». Gianfranco si pone questa domanda per se stesso, per la propria pelle, senza banale ingenuità o falsa sicurezza. Non vuole assolutamente edulcorare una realtà maligna. Ci descrive come la penetra con «il potere del realista» che continua a costruire una vita che accade ancòra e, accadendo, esiste e si fa parola nel diario. Sa di non essere responsabile della malattia, ma ci descrive come diventa responsabile di ciò che fa di quel che è. E di chi diventa con questa condizione.

Proprio perché così personale, cosa può lasciarci un diario che non è nostro? Le malattie hanno classificazioni e definizioni che le raggruppano, le rendono intellegibili, diagnosticabili con criteri clinici e strumentali sempre più precisi, in modo che sia possibile erogare la cura più giusta e al momento più opportuno (precision medicine) per il beneficio della persona malata. Tuttavia, non esiste la malattia nella realtà clinica. Esiste la persona che si ammala, con la propria storia, la propria sensibilità, le proprie caratteristiche biologiche e anche le proprie bussole esistenziali, i suoi princìpi, le sue intenzioni, le sue relazioni: con il proprio mondo. La malattia è una condizione che si declina nella persona nella sua unica singolarità (quod omnes uti singulos tangit). Senza essere talvolta annunciata nè determinata da precedenti fattori di rischio, nei limiti delle conoscenze attuali, la malattia porta a confrontarsi con una nuova condizione, uno stato inatteso che accade. Gianfranco ci vuole dire questo: vi racconto come io ho affrontato e affronto questa condizione, che per etichetta di definizione è sovrapponibile ad altre, non perché voi facciate come me; non vuole essere di ispirazione per qualcosa, né influencer per qualche campagna promozionale. Scrive il suo diario affinché anche noi possiamo scrivere il nostro con libertà, coraggio e immediatezza, qualunque sia la situazione in cui ci troviamo o ci troveremo ad essere. La condizione della malattia realizza anche una trigonometria esperienziale tra persona ammalata, medico e mondo unica per ogni circostanza, dinamica nel susseguirsi del decorso, non solo in base agli esiti delle terapie e degli esami di monitoraggio. È auspicabile che di questa trigonometria sia consapevole chiunque ne venga coinvolto: chi per dovere, chi per affetto, chi per necessità. La consapevolezza di questa triangolazione è essenziale per curare e prendersi cura di una persona malata; fondamentale, poi, per volere anche il suo bene, parola universale con infiniti significati personali.  È questa triangolazione che emerge nelle pagine di questo diario -oltre a realizzarsi ogni giorno negli ospedali e nei presidi di soccorso. E che, infine, ci invita a trovare la geometria che sentiamo nostra affinché i giorni, tutti, possano davvero essere pieni di una esistenza vissuta sbaragliando tutto ciò che vita non è. 

Sarà il diario a farci capire cosa vogliamo apprendere dalle sue pagine. Aver scritto un diario dice tuttavia un’ultima, profonda, caratteristica della responsabilità dell’autore: ha davvero declinato nel tempo che gli è concesso la parola davàr. Come Leonardo Sciascia e tutti gli altri autori, Gianfranco con questo diario, ora libro, quindi letteratura, concede a noi e alla generalità degli uomini il privilegio di apprendere qualcosa in più di sé e del mondo.